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È convinzione dei monaci Chan-Zen che la conoscenza non può essere insegnata attraverso i testi ma solo tramite il rapporto esclusivo fra allievo e didatta in un’esperienza di comunicazione definita “da cuore-mente a cuore-mente”. S’intende, con questa formula, che due persone non possono esimersi dal comunicare attraverso la parola (che è il luogo dell’intelletto e della logica asimmetrica1); ma perché ci sia vera crescita i contenuti devo essere prevalentemente emotivi, spirituali (terreno della logica simmetrica). Ho sempre pensato che la didattica della psicoterapia si avvicinasse molto a questo modo di comunicare: la coniugazione della pratica, dello studio “dottrinale” e del pensiero “su di sé”, inteso come pensiero riflessivo del terapeuta su se stesso e sulla psicoterapia stessa. In questo senso, il volume Lo Sguardo Riflesso. Psicoterapia e formazione – scritto da Francesco Bruni, Giuseppe Vinci e Maria Laura Vittori ed edito da Armando Editore – s’inserisce in un interstizio tanto interessante e fecondo quanto sdrucciolevole e ambivalente: ragionare (e quindi, inevitabilmente, agire una logica asimmetrica) sulla pratica e sulla didattica della psicoterapia (che, se è vero quanto detto in precedenza, naviga prevalentemente su acque meno rassicuranti). È forse per questo motivo che oggi si fa tanta didattica ma si ragiona (e si pubblica) ben poco sull’argomento. Gli Autori, pertanto, hanno accettato una difficile sfida: generare una cornice teorizzata che desse senso alla pratica praticata ed esplicitare obiettivi e metodi che da tanti anni sono i pilastri della formazione della psicoterapia sistemico-relazionale italiana. Il metodo scelto dagli Autori è stato quello di provare a correlare due facce di una medaglia: da un lato, il percorso teorico sulla didattica della psicoterapia e, dall’altro, la narrazione sulle pratiche consolidate del Centro Studi di Terapia Familiare e Relazionale di Roma presieduta da Luigi Cancrini. Il lettore ideale scelto dagli Autori – lo si capisce già dalle prime pagine – è l’allievo terapeuta, da un alto, e il collega didatta dall’altro. Non sfugge al lettore – lo diciamo subito – un certo spirito “partigiano” sulla metodologia del CSTFR che nasce, tuttavia, dall’intima convinzione che la formazione sistemico-relazionale abbia “una marcia in più” rispetto a molte altre formazioni disciplinari: la supervisione diretta. È proprio questo il setting formativo dove si declina propriamente quella specifica comunicazione “da cuore-mente a cuore-mente” fra l’allievo, il gruppo e il didatta. Gli Autori scelgono di ripercorrere passo passo le tappe della formazione sistemica: l’ingresso nel gruppo di formazione, il genogramma trigenerazionale, le simulate, la supervisione diretta e, infine, la supervisione indiretta. Per ognuna di queste tappe descrivono, in maniera sorprendentemente lucida, le motivazioni, gli obiettivi e i rischi. Al centro di questo percorso c’è l’allievo, con le sue convinzioni da smascherare, le sue idiosincrasie da sviscerare e le sue abilità da moltiplicare. Ed è su questo aspetto che la complessità della didattica si svela: ogni allievo, cioè, è un percorso a parte e ogni gruppo didattico è un isola con le sue leggi. E ragionare sulla didattica obbliga ad analizzare, in una nuova ottica ideografica più compressa, la specifica interazione fra questi tre mondi: il didatta, il gruppo, l’allievo. Ma gli Autori non si sono limitati al microcontesto della stanza di formazione e del setting bicamerale. Hanno allargato il focus dell’indagine al mesocontesto – la psicoterapia oggi, con le sue appartenenze implicite, le sue regole e i suoi rapporti con le altre discipline/categorie – e al macrocontesto – il rapporto fra la psicoterapia e le caratteristiche socio-culturali del nostro Paese – . Il lettore, aprendo sulle pagine di questo volume, s’imbatte, come detto, sulla narrazione di un percorso ancora in fieri: trovare il modo più esaustivo e efficace possibile per formare il giovane terapeuta. È un percorso perennemente mutevole perché perennemente mutevoli sono le condizioni che ne determinano la domanda e gli obiettivi. E gli Autori si mostrano particolarmente accorti su questo aspetto: la formazione psicoterapeutica non può essere un mero trasferimento dottrinale e “paternalistico” ma, invece, è la risultante del lavoro di tre cantieri in corso. C’è il cantiere interno all’allievo – anzi, il “terapeuta non esperto” a dirla con Defilippi (p. 113) – che costruisce la sua professionalità; c’è il cantiere delle singole scuole impegnate a co-costruire le specifiche modalità didattiche; e, infine, c’è il cantiere del Centro Studi, inteso come hub di pensiero e di criteri organizzativi per le sedi dislocate nel territorio italiano. Tre cantieri che mostrano onestà, lungimiranza e, appunto, uno “sguardo riflessivo” su ciò che si fa, mentre lo si fa. Ho letto questo libro al termine del mio percorso formativo, praticamente nella settimana immediatamente successiva alla fine del training. L’ho letto in pochissimi giorni perché ho sentito che parlava “di me” e “a me”, inteso come allievo del Centro Studi ed è stata – debbo dirlo – un’esperienza fortemente significativa. Ho ripercorso momento per momento i cinque anni trascorsi nella sede pugliese del Centro Studi con uno strano atteggiamento che – me ne accorgo solo ora – era sintonizzato sui registri discorsivi del testo. Un atteggiamento distanziato e il volume si immergeva nella letteratura scientifica e un atteggiamento commosso e partecipe quando il volume toccava i nodi emotivamente salienti delle diverse tappe formative. Ne restituisco il senso di utilità sia sul piano “accademico” come fonte di una elaborazione teorica di tipo “meta” sulla didattica e sulla psicoterapia, sia – e soprattutto – sul piano personale come occasione per un nuovo “ripensamento” del mio percorso di crescita professionale e personale. Definirei questo testo, un lavoro “antropologico” perché con l’antropologia ne condivide il metodo. È scritto, cioè, da “osservatori partecipanti” e non si fonda tanto su un inedito insieme di regole metodologiche prescrittive, ma piuttosto su uno stile di lavoro sul campo. Un “vivere fra indigeni” nella convinzione – per dirla con le parole di Humberto Maturana – che “tutto ciò che è detto è detto da un osservatore”.

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